L’architetto Danilo Naglia ha
ideato e costruito l’ITIS e gentilmente ci ha rilasciato
un’intervista, per ricordare il periodo in cui ricevette
l’incarico di progettare l’edificio.
Dott. Danilo Naglia, lei è l’architetto che ebbe il
compito di progettare il nostro istituto?
Io sono il superstite della terna di architetti che ebbe
l’incarico di progettare questo edificio. Gli altri due
colleghi, due bravi architetti, si chiamavano Gino Gamberini
e Nino Manzone, deceduti entrambi 10-15 anni fa. E’ mio
dovere ricordarli perché è stato un lavoro che svolgemmo
assieme e andammo d’accordo, mai un momento di attrito, cosa
rara tra architetti.
Lavoravate nello stesso studio?
Gino Gamberini ed io eravamo dello stesso studio mentre Nino
Manzone lavorava per conto suo. Era una collaborazione
estremamente interessante.
Chi vi commissionò il lavoro?
Il progetto fu commissionato dalla provincia di Ravenna.
L’amministrazione provinciale ci affidò questo lavoro quando
Ravenna ,da città agricola, si stava trasformando in una
città industriale. Quando fu scoperto il metano, fu riaperto
il canale che arrivava fino in città, un canale che poteva
essere la base infrastrutturale di un sistema industriale
più avanzato. Perciò si puntò sul porto promuovendo quella
industrializzazione che ha prodotto gli effetti che sono
sotto gli occhi di tutti: inquinamento delle acque ,
inquinamento dell’aria ecc. Negli anni Cinquanta nessuno
badava a niente e adesso, a distanza di decenni, ne paghiamo
le conseguenze. Con l’ industrializzazione si verificò una
modifica totale dell’assetto dell’occupazione nella città,
perciò l’amministrazione provinciale ritenne necessaria la
realizzazione di un edificio scolastico che preparasse
tecnici per l’Industria.
Eravate progettualmente vincolati dalla pubblica
amministrazione o avevate carta libera? La vostra idea
originaria di planimetria qual era?
Avevamo un grado di libertà che era l’area : vi era un’ area
immensa, perché la città alla fine degli anni Cinquanta
terminava in via Cassino, oltre non vi era più niente, solo
campagna. Un’ area enorme rappresentava un grado di libertà
notevole: tante costruzioni diventano poco chiare dal punto
di vista distributivo proprio perché l’area è un elemento
costrittivo. I dati forniti dall’amministrazione erano
questi: doveva sorgere una scuola per tanti studenti
suddivisi in 4 specializzazioni (meccanica, elettrotecnica,
chimica e c’era un limite di spesa (esiste sempre quando si
progetta per gli enti pubblici) però non così restrittivo.
La costruzione dell’ITIS fu un lavoro impostato, iniziato e
attuato con grande libertà perché da parte dell’ente
pubblico non vi fu alcuna intenzione di interferire sul
piano architettonico sul piano distributivo e sul piano
formale. Nel nostro caso qualunque interferenza sarebbe
stata insopportabile. |
Quello che ci premeva attuare fu in primo
luogo la realizzazione di un organismo che fosse flessibile
al massimo, perché un istituto industriale doveva essere
adattabile a funzioni nuove per via del modificarsi dei
processi produttivi.
Quindi primo elemento fondamentale della progettazione fu la
flessibilità dell’edificio; secondo, un progetto il più
chiaro e lineare possibile dal punto di vista della
distribuzione ; terzo, la decisione di non indulgere a
“intortamenti” di tipo formale che erano al di fuori dalla
nostra mentalità.
Pensavamo che forma e funzione fossero due fattori che
dovessero coniugarsi. Per noi quello che era funzione era
anche forma, ma non solo, forma al riguardo di un certo
stile architettonico.
Noi avevamo una cultura di riferimento che era quella del
movimento razionalistico: distribuzione chiarissima e
leggibile immediatamente come lo si può vedere dai disegni.
Quanti anni aveva quando progettò l’ITIS?
Avevo all’incirca 31-32 anni come Gino Gamberini, mentre
Nino Manzone era più anziano di noi. Noi due eravamo
laureati da poco e affrontammo con entusiasmo questo
incarico straordinario per noi che eravamo molto giovani.
Fortunatamente avevamo alle spalle una delle facoltà di
architettura più prestigiose che esistessero nel mondo:
quella di architettura di Venezia.
Era una facoltà difficilissima e vi insegnavano i migliori
docenti che esistessero in Italia: Franco Albini, Carlo
Scarta, Ignazio Gardella, Giuseppe Salmonà che era il nostro
rettore. Nella facoltà di architettura di Venezia era
possibile il dialogo più largo, mi riferisco al periodo tra
gli anni ’50 e ’60 ,anni bui dal punto di vista politico.
Erano docenti aperti al dialogo, al confronto ed alla
critica erano delle persone libere.
Gino Gamberini ed io ci laureammo con 110 e la lode, un
biglietto da visita sufficiente anche per un giovane senza
esperienze lavorative.
La provincia ci incaricò di progettare questo istituto
benché fossimo neolaureati. Bisogna considerare che tra gli
anni ‘50 e ‘60 in tutta la provincia di Ravenna c’erano 20
architetti tra cui alcuni, che avevano frequentato
l’Accademia delle belle arti, per via di una legge emanata
tanti anni prima, si fregiavano di questo titolo.
Per quello che riguarda la città di Ravenna credo che
fossimo solo cinque i laureati in architettura.
Come si svolsero i lavori di edificazione della scuola?
L’edificio fu costruito a tappe. Progettato all'inizio degli
anni '60, si costruì solo una parte del fabbricato, poi nel tempo
si aggiunsero altre parti, come le officine , infine
l’ultimo intervento risalente agli anni Novanta con il
completamento del gruppo delle palestre. |